20/11/2006

Io non ho paura

Regia: Gabriele Salvotores
Soggetto e sceneggiatura: Niccolò Ammaniti (Tratto dal suo omonimo romanzo)
Genere: Drammatico
Origine: Italia
Anno: 2002


Scritta di gesso sulla nera roccia, giochi di luce e ombra, una coperta, delle radici di un albero, il verso di un corvo che anticipa la visione delle sue zampe su un ramo e della sua figura velocemente attraversata dalla macchina da presa per immergere noi telespettatori nel mondo giallo di un campo di grano e nella corsa affannosa di una bimba con le trecce presentata dalla vita in su, questo l'inizio di "Io non ho paura", un inizio fatto di particolari significativi e di una visione dal basso verso l'alto, come un venire maieuticamente alla luce abbandonando il buio e la paura che ne deriva.
La musica è incalzante, il paesaggio all'aperto è quello vivace della stagione estiva, il campo di grano si apre davanti a noi rendendoci partecipi della corsa dei bambini e ad un tratto udiamo un nome urlato sicuramente da una bambina: Michele! Ed ecco che Michele il bambino con la maglia rossa inquadrato dalla ginocchia in su arresta la sua corsa e si volta indietro ricercando con gli occhi la sorellina più piccola, Maria. Le nostre illusioni di un mondo di giochi spensierati finiscono nel momento in cui alla bambina con le trecce viene ordinata una penitenza ingiusta: "ce la devi fare vedere" le intima il Teschio, il capo sbruffone del gruppetto di amici, schiaffeggiandola quando la piccola si rifiuta. Percepiamo di già il mondo del sopruso in cui verremo coinvolti durante il film, inoltre il silenzio del gruppo quando la bimba li rimprovera con le lacrime agli occhi "E non dite niente voi?", è sinonimo di un'educazione all'omertà a cui però il piccolo Michele si ribella offrendosi per la penitenza che per lui sarà una prova di coraggio. Si dilata il tempo del racconto durante i piccoli gesti della ragazzina che comincia ad uno ad uno ad aprire i bottoni della gonna (dettaglio), inquadratura che viene alternata coi visi degli amici, di Salvatore che si volta dall'altro lato per non guardare, il sorriso pungente del bullo, l'indecisione nel primo piano di Michele.
Quando il gruppetto è sulla strada di casa Michele si accorge di aver perso gli occhiali che la sorella aveva rotto durante la corsa e che lui aveva conservato per poi aggiustarli e torna indietro da solo a cercarli.
Il dettaglio degli occhiali mentre il corpo del bambino è fuori campo (noi vediamo le scarpe e poi le mani quando sta per raccoglierli) ci incuriosiscono. Sono, infatti, sul nascondiglio della grotta dove è nascosto un bambino che dei sequestratori hanno nascosto laggiù.



La curiosità è diffusa tra i bambini, particolarmente in Michele, che ama le storie d'avventura, che fantastica nascosto sotto le lenzuola sul suo lettino. E quindi scopre  la cavità sotterranea. Il montaggio è fluido e trasparente, basato sul raccordo di sguardo, è l'effetto soggettiva, la domanda "cosa sta guardando" che chiama in causa la seconda inquadratura che dovrebbe soddisfare il desiderio di conoscenza del pubblico, ma la visione di un piede sporco e nudo nel buio della caverna destabilizza il protagonista quanto lo spettatore tramite l'uso sapiente del regista di uno zoom del piede accompagnato da accenni di musica fuori campo tipici del genere noir o del moderno thriller. E il ragazzino scappa. A casa "conosciamo" i genitori e gli usi della famiglia. Dall'arredamento della casa e dalle vedute esterne (ma anche dal fatto che gli occhiali di Maria verranno aggiustati grossolanamente con dello scotch) apprendiamo che si tratta di una famiglia che vive in condizioni economiche precarie, e dall'abbigliamento possiamo fare delle ipotesi sul periodo di ambientazione del film, ipotesi verificabili successivamente quando un personaggio secondario ascolterà in macchina (peraltro una fiat 127 che ci da ulteriori indicazioni sul tempo) delle canzoni di Mina, siamo sul finire degli anni '70.
Il giorno dopo Michele torna a vedere nella caverna e con l'escamotage della sorpresa (con una durata dell'inquadratura insufficiente per la sua piena comprensione) ci viene mostrato il viso del piccolo nascosto nella caverna che compare all'improvviso dal buio, spaventando Michele che scappa in bici. La sua corsa folle. resa dai primissimi piani del viso che escono fuori dall'inquadratura e dai dettagli della ruota della bicicletta in movimento termina con un'inquadratura dal basso (contre-plongée) che filma la sua caduta dopo aver inciampato in una pietra producendo una dissolvenza in chiusura. Il risveglio del piccolo è reso dal dettaglio dell'occhio che si apre e su cui cammina una formica. Naturalmente il giorno dopo ritorna alla caverna e preso di coraggio, parla al bambino che ha sete e fame. Servendosi di una corda attaccata ad un cesto di vimini gli cala giù dell'acqua. Nella ricerca di una scodella capisce che nella casa abbandonata vicino alla grotta ci deve stare qualcuno che fa da guardiano al piccolo e riconosce una zuppiera...
Immagina, durante i suoi notturni viaggi con la fantasia sotto le lenzuola dove scrive su un quadernetto, che il bambino nascosto sia suo fratello pazzo tenuto lontano dai genitori. Il giorno dopo prima di tornarvi va a comprare del pane, ma questa volte scende nella caverna e incontra finalmente Filippo. Non è un incontro facile, anche perché il piccolo ha perso il contatto con la realtà parla di orsetti lavatori e di angeli custodi. La scena è particolarmente intensa, nel buio della caverna i due bambini sono quasi l'uno di fronte all'altro, uno pulito e vestito, l'altro nudo, ossuto,  protetto solo da una coperta scura che lo rende parte integrante del buio della cavità (qui è possibile un'analogia con "L'infanzia di Ivan", i dettagli del corpo nudo ed ossuto del piccolo, che fanno riferimento ad un'infanzia infelice e in qualche modo sequestrata).
Il rumore della catena al piede, la sporcizia in cui è rilegato, gli occhietti chiusi e la pronuncia serrata e continua e in tonalità crescente di "sono morto" spaventano e disorientano Michele che scappa per l'ennesima volta.
La sera a casa comincia a capire la situazione, è chiaro che i genitori sono implicati nel sequestro del piccolo, che non è il fratello pazzo né uno scherzo della sua mente. Qui possiamo fare un'osservazione sull'illuminazione e l'uso del colore in questo film, ai colori vivaci e luminosi che appartengono al mondo dei giochi dei piccoli si oppongono i colori scuri non solo della caverna ma anche del mondo dei grandi caratterizzato da affari loschi, di luci abbassate, di riunioni notturne davanti al tg ed è proprio in una di queste occasioni che un dettaglio nello sguardo di Sergio, l'amico milanese del padre, ci rivela la cattiveria di quest'uomo in contrasto con gli occhi innocenti e grandi di Michele, che proprio il giorno dopo incontra-scontra Sergio in bagno.  Si tratta di un uomo privo di scrupoli, che non sopporta i bambini e che per volere del padre di Michele dormirà nella stanza di quest'ultimo. Lui non è contento e se ne lamenta con la madre, Anna, che fuori appende i panni. Il dialogo avviene secondo l'alternanza di inquadrature tra chi parla e chi ascolta tipiche del découpage classico per poi finire con un'inquadratura totale.
Torna da Filippo, aspetta che il suo guardiano peraltro suo conoscente si allontani e poi si cala giù e gli racconta di aver visto la madre che la sera prima in televisione ha fatto un appello ai suoi rapitori e che dice di volergli  bene. Finalmente i due bambini riescono a dialogare, "siamo uguali" dice Filippo, anche lui come Michele ha 10 anni e frequenta la quinta elementare. Quando torna a casa Michele è felice, sulla bici apre le braccia come se stesse volando e l'inquadratura di un'aquila (come nel tropo-montaggio di Ejzenstein, il montaggio intellettuale tipico dell'aria sovietica degli anni '20 che qui è rivisto in chiave moderna e non da un punto di vista ideologico-politico ma poetico, secondo la mia personalissima interpretazione)  rende la metafora del volare come un uccello, libero da pensieri e paure e così in questa messa in scena risiede in parte il significato del titolo.
La notte il bambino è costretto a condividere la camera con Sergio (un bravissimo Diego Abatantuono), che a modo suo fa cameratismo con Michele parlandogli del Brasile, "dove si vive bene serviti e riveriti con pochi soldi non come in Italia...", la scena si chiude con un'inquadratura dall'alto. L'indomani rovistando tra le sue cose il piccolo vi trova una pistola. Fa colazione con la torta della mamma e condivide dopo con l'amico Salvatore, in cambio di un furgoncino blu in miniatura, il suo segreto. Porta anche a Filippo un pezzo di torta (che intanto è stato pulito e vestito con una casacca bianca dai sequestratori che gli hanno fatto delle foto per mostrare ai genitori che è ancora vivo) e lo conduce fuori dalla caverna a giocare all'aperto, alla luce del sole e finalmente il piccolo riapre gli occhi e ride e ride ancora tra il grano. Purtroppo deve riportarlo giù, ma qui viene scoperto a causa del tradimento di Salvatore che svela al secondino il segreto di Michele (e quindi delle visite al piccolo rapito) in cambio ottiene la possibilità di guidare la 127. A casa la madre (la cui figura è presentata da diversi dettagli del seno, delle mani e da primissimi piani), assale il complice per aver picchiato il figlio e si verifica una vera e propria lotta (ritorna il sopruso iniziale sulla figura femminile fatto da Teschio sulla bimba e qui da un adulto- per altro somigliante a Teschio per il taglio di capelli- alla madre) interrotta dall'arrivo del marito e degli altri.
A Michele è vietato andare a trovare Filippo e così il bambino ritorna apparentemente alla vita di prima, ma non è possibile in quanto quel suo mondo non esiste più distrutto dagli adulti  come le macchine che falciano il grano e lui è la cavalletta sulla spiga che da li a poco sarà abbattuta (altra metafora resa dal montaggio). Intanto scopre che il bambino non è più nella cavità sotterranea e Salvatore in cambio della pace fatta gli confida il nuovo nascondiglio. Intanto si vedono nel cielo degli elicotteri dei carabinieri e i genitori si riuniscono fino a notte a discutere sul da farsi. E' chiaro, tutta la piccola comunità è implicata nel sequestro. Di notte Michele e Maria non riescono a dormire per via della urla dei grandi. Significativa la domanda di Maria alla madre "perché non gli dici di strillare più piano?", racchiude tutta l'ingenuità che ormai non appartiene né a Michele né agli adulti che conosce, tutti malfattori.
Lo sguardo che ci guida nel film è soprattutto quello di Michele che come l'Oliver Twist di Charles Dickens ci mostra il mondo coi suoi occhi da prospettive che vanno dal basso verso l'alto. Ed è coi suoi occhi e giochi tra campo e fuori campo che assistiamo alla lite tra i diversi sequestratori, di cui noi vediamo prima il volto di uno poi la presenza dell'altro. Il momento clou rappresentato dalla minaccia con la pistola di Sergio al complice ci viene anticipato da Anna che si porta le mani al viso, il tutto incorniciato dall'uscio della porta che separa la cucina dal corridoio dell'abitazione e così è come se noi fossimo in quella casa e a vivere la drammaticità della scena in prima persona.
Il bambino capisce che i grandi hanno deciso di uccidere Filippo quindi salta fuori dalla finestra e corre, con la bicicletta al chiaro di luna e con una lampadina tascabile, al nuovo nascondiglio. Per farsi coraggio come nella penitenza iniziale, ripete una filastrocca che come una ninna nanna lo accompagna in quest'avventura. Aiuta Filippo ad uscire dal nascondiglio, i due sono separati da una palizzata di legno (si vedono dettagli del viso di Filippo, ora gli occhi ora la bocca) e Michele che non riesce a scavalcare gli urla di andare via e l'altro ubbidisce. Il piccolo si nasconde quando vede il faro della macchina e sorride quando vede che è il padre colui che è stato scelto per uccidere Filippo (significa che ha perso per l'ennesima volta al tiro a sorte col fiammifero più corto), ma nel momento in cui Michele urla papà Pino gli spara.
Ora anche se lo sguardo iniziale è di tipo oggettivo non condizionato (come nei Totali d'apertura) e reso dalla camera espressiva (tramite l'uso di angolazioni e altezze di ripresa anomali), nel film come ho già detto precedentemente è il "point of view" di Michele a fare da padrone (da notare la soggettiva differita del suo sguardo nel momento in cui vede per la prima volta Filippo e si spaventa) e questo sguardo alla fine del film diventa percezione di personaggio, infatti dopo lo sparo la cinepresa diventa gli occhi di Michele, quegli occhioni che per tutto il film ci hanno commosso e incuriosito e tramite i suoi occhi di bambino ferito vediamo il padre disperato per aver sparato al figlio.
Filippo non è scappato "gli avete sparato a posto mio" dice,  Sergio è pronto ad acchiapparlo per ucciderlo ma l'elicottero dei carabinieri giunge sulla scena, Michele abbracciato al padre tende la mano a Filippo così come aveva fatto nella caverna e sorride.
Epilogo lieto direbbe qualcuno, ma "Io non ho paura" non è riducibile ad una semplice affermazione di questo genere, perché va bene che Filippo non è morto e che Michele è solo ferito, ma tanti bambini come loro vivono situazioni difficili, sequestrati, sparati, educati alla sopraffazione e alla violenza, al tradimento di un amico in cambio di piccolezze, al crescere da soli coi genitori in carcere, perché è questa la sorte che spetta ai genitori della piccola comunità.
Il film è denuncia fatta non tramite i bambini mostrando il loro disagio ma fatta direttamente dai bambini, dalle loro domande ingenue, dalle loro lacrime, dai loro gesti che ci guidano in un mondo fatto di colori vivaci, spenti da una pennellata di scuro che sporca la loro infanzia, violandola. 

Prova di interpretazione filmica
di Lulù


09/07/2006

Bagdad cafè

Un film di Percy Adlon. Con Jack Palance, Marianne Sägebrecht. Genere Grottesco, colore, 110 minuti. Produzione Germania 1987.



Jasmine, donna abbondante e rigida nel suo vestito verde, viene abbandonata dal marito sulla strada che porta a Las Vegas, in un ambiente caldo, desertico, desolato.
Brenda, donna afroamericana, gestisce il Bagdad cafè, non solo il locale ma anche la pompa e il motel, i suoi figli, il nipotino e un marito buono ma fannullone, che un bel giorno decide di cacciare.  
E' l'incontro-scontro di due culture e di pregiudizi quasi necessari, che portano due donne di diverso colore, diversa provenienza, diverso percorso di vita, eppure uguali nella solitudine, nell'abbandono, nella delusione a diventare amiche, a costruire una famiglia tanta varia quanto felice, diventando donne sicure, coscienti del proprio essere donne, della propria bellezza.
Il film è un anti-viaggio che si svolge all'interno del cafè, un percorso di formazione che comincia dalla reciprocità delle azioni delle due protagoniste, l'una influisce sull'altra, l'una trae la forza dall'altra ed attorno ad esse prendono vita personaggi come il signor Cox, pittore hippy avanti con l'età, un ragazzo in campeggio, la famiglia di Brenda, i camionisti che ritrovano nel cafè la famiglia che hanno lasciato a casa ed è al cafè che i tasselli dei suoi frequentatori trovano l'incastro armonico e felice. 



Un film che inizia lento e che pian piano fa conoscere ed amare i protagonisti, che guarda la vita con occhi da donna (non solo le protagoniste ma anche la tatuatrice che odia l'armonia) e che mostra una bellezza differente, in barba alle copertine e alle top model. Parafrasando soggettivamente Benedetto Croce la bellezza non è un qualcosa che consiste nel 90-60-90 ma un sentimento, una visione che sta nell'animo di chi la coglie e Jasmine col seno scoperto che posa per Cox emana una bellezza generosa, carnale, pura.



Il film inneggia alla diversità, alla tolleranza, alla reciprocità, al rispetto.



Questa è la mia personale interpretazione, sicuramente di parte e scarsa tecnicamente, sul film che ho visto stasera e che annovero tra i capolavori degli anni '80!

Lulù 

La veuve de Saint-Pierre

Isola di St. Pierre, Canada, 1850: un pescatore viene condannato a morte per omicidio. Nell'attesa che giunga da Parigi una ghigliottina e si riesca a trovare un boia, l'uomo viene affidato al capitano della locale guarnigione. La moglie di quest'ultimo cerca di riabilitare il condannato agli occhi della comunità.

    

L'ultimo film di Patrice Leconte è un enigma senza soluzione, un gioco di specchi e misteri, una tragedia della dissimulazione e della sottrazione, un malinconico collage di pulsioni insinuate e suggestioni inquietanti, fin dal titolo (non quello italiano, come sempre di una banalità disarmante). "La vedova di St. Pierre" è un'espressione ambigua, riferibile a numerosi elementi della trama: la vedova di cui si innamora Neel e che lo sposa; Madame La, "vedova" anche e prima di tutto nel senso di "profondamente sradicata" rispetto al mortificante ambiente provinciale in cui è costretta a vivere; la moglie del boia, una figura sfuggente, per cui intravediamo lo spettro della solitudine e dell'abbandono; e soprattutto la protagonista, che compare in ritardo, come un'eroina di Beaumarchais: la ghigliottina, detta "veuve", con allusione forse involontaria al vuoto che crea nelle persone e nei rapporti. Tutto, o quasi, appare inspiegabile: oscuro il passato del Capitano, in esilio più o meno volontario ai confini del (suo) mondo, e quello di sua moglie, che ha rinunciato all'agiatezza per amore (o almeno così pare, come non si fanno scrupolo d'insinuare i pettegoli di St. Pierre); allo stesso modo appare inspiegabile e tanto più raccapricciante la sequenza iniziale, uno scherzo da ubriachi che si conclude nel sangue, e profondamente ambiguo il rapporto che si crea tra il condannato e la moglie di colui che dovrebbe essere il suo carceriere (e qui, per fortuna, ci viene evitata la love story di prammatica, anche se non mancano certo gli slanci di sentimento, non però di sentimentalismo, e le allusioni più o meno maliziose, grazie anche ad un montaggio sapientissimo). Ma, al di là del gioco intellettuale, il film si fa apprezzare anche per la presa di posizione, non urlata ma ferma, nei confronti della pena capitale, e la condanna della legge del taglione che ne scaturisce risulta tanto più efficace quanto il luogo dell'azione è lontano, nel tempo e nello spazio (non nello spirito), dalle vicende attuali. Il paesino di provincia, dove ci si maschera da esseri civili e la vita è scandita da cenette tra amici e pomeriggi "di ricevimento", viene messo alla berlina dai bambini, che ne svelano, nelle loro grida sincere, la natura violenta e selvaggia. La stessa ghigliottina, strumento "civile" di morte "giusta", diviene l'emblema di ogni lentezza burocratica, e alla fine, come le gerarchie civili e militari, risulta sterile, incrostata com'è di rancore e frustrazione, e per di più, da vera "macchina infernale", si ritorce contro chi la usa. In questo mondo di relazioni mortuarie, che Leconte si diverte a sottolineare con movimenti di macchina inconsueti per la "compostezza" dei film in costume, un conforto, precario ma basilare, non può che venire dall'amicizia e dalla religione (il curato è l'unico pubblico ufficiale che non condanna il matrimonio di Neel), ma soprattutto dalla capacità di affidarsi senza riserve all'amore, alla tenerezza, alla compassione. Accurato nella ricostruzione storica, ma senza estetismi superflui, dotato di dialoghi appuntiti e deliziosi, il film offre inoltre interessanti spunti di riflessione sul meccanismo stesso della finzione artistica, facendo consapevolmente apparire le case del borgo marino come fondali (ad esempio nella scena dell'incidente sventato da Neel) e affidando uno dei ruoli principali ad un grande regista, Emir Kusturica, che si rivela ideale nella sua capacità di disegnare un uomo perfettamente comune, che sbaglia e, nonostante tutto, sa rialzarsi, testimoniando così con forza anche maggiore l'iniquità e l'inutilità della sentenza capitale. Encomiabile Daniel Auteuil, che carica il suo personaggio di un tranquillo furore sospeso tra amore, gelosia e pietà, e memorabile, sommessa e a tratti isterica Juliette Binoche, cui Leconte dedica il bellissimo piano sequenza iniziale. Insomma, il cinema, per una volta, mette in risalto l'impegno civile senza farsene soffocare: che bello.

DI STEFANO SELLERI


    


Ormai capita sempre più spesso che il sabato io mi coccoli con films come questo e Casablanca ed Orgogli o e pregiudizio.

Film in costume o d'altri tempi, che ti lasciano sognante e ti fanno trepidare per tutta la durata del film con grandi amori e passioni coinvolgenti.

Della Binoche che ritrovo nei film che più amo come Il paziente inglese, Chocolat, In my country, L'ussaro sul tetto, amo il suo volto ingenuamente affascinante, la sua bellezza semplice ed elegante, le movenze di una donna che forse non esiste più.


Lulù 

10/05/2006

Jalla! Jalla!

Regia e sceneggiatura: Josef Fares
Nazionalità: Svezia, 2000
Durata: 1h. 37'



Il ventiquattrenne Josef Fares, libanese ma in Svezia dal 1987, chiama a raccolta i parenti (padre, nonna, madre, sorelle, zii e fratello), tutti interpreti del film. E' una famiglia, ma anche una comunità, quella libanese, che si racconta. Narrazione.
Jalla! Jalla! narra di un contrasto generazionale che a sua volta nasce dal confronto tra due culture. La famiglia di Roro (Fares Fares) ha abitudini e aspettative strettamente legate alla cultura del Paese d'origine; i matrimoni sono combinati - l'amore tra due persone è un concetto troppo astratto -, uomini e donne che ad una certa età non sono ancora sposati costituiscono una presenza imbarazzante per la comunità, ancor prima che per le rispettive famiglie. Roro e Yasmin hanno atteso troppo. Lui, custode di un parco, ha deciso che non lavorerà mai con il padre, ama una ragazza svedese, Lisa, il suo migliore amico è Måns, corpulento collega di lavoro. Lei è succube di un fratello aggressivo, Paul, ricco proprietario di un ristorante, spinto a sua volta dalla madre, rimasta in Libano, a far sposare la sorella altrimenti Yasmin è destinata a tornare in patria.
"Presto, presto" è, quindi, la frase ricorrente che sembrerebbe non lasciare scelta ai due giovani. Una volta conosciutisi il matrimonio deve essere immediato. Ecco nascere l'equivoco. Yasmin e Roro decidono di far credere a tutti che si sposeranno, lo fanno per prendere tempo, per tranquillizzare le rispettive famiglie. Il confronto tra la prima generazione d'immigrati, cui appartiene anche Paul, e l'ultima, ormai integrata nella società svedese, perciò con desideri e concezioni di vita diverse, realizza uno scarto culturale che si risolve in tal caso in gag esilaranti.
Ma Jalla! Jalla! conduce anche ad una piccola riflessione sul rapporto di coppia e sulla prigione che esso può divenire, a prescindere se imposto o accettato così com'è in nome dell'abitudine, dell'amore che è stato ed ora non è più. Ed ecco che entra in gioco la vicenda di Måns e della sua impotenza. I tanti assurdi metodi affrontati da Måns per risolvere il problema (giochi erotici, oggetti da porno shop e finanche una seduta da uno stregone parente di Roro) e tornare ad amare in modo completo la sua compagna, oltre a non sortire alcun risultato, divengono un palliativo di quello che l'uomo sin dall'inizio doveva affrontare, a parte il più costruttivo aiuto medico-psicologico, ossia la validità del proprio rapporto di coppia. Ed è qui, nell'eterno spazio di massimo confronto e nel più sfuggente dei luoghi umani, che Måns, ormai rassegnato, risolve la sua incapacità di agire sessualmente.
Accade che semplicemente non ama più la donna con cui convive, che s'innamora di Yasmin e che con lei ritrova il desiderio sopito. Accade, in sostanza, quello che doveva accadere in una storia dove l'amore, ovviamente quello vero, supera tutti gli ostacoli, guarisce da ogni male.
La tensione cresce, con rare pause di tranquillità, il breve ma intenso percorso dei personaggi s'ingarbuglia, Måns è messo alla prova da eventi sempre più folli, corse deliranti, risse, prigione... Una sorta di bomba ad orologeria, ormai al limite della deflagrazione, disinnescata dal padre di Roro, alfine comprensivo - mai despota, tutt'altro -, nel giorno del fatidico matrimonio. (http://www.revisioncinema.com /ci_jalla.htm)



La cosa che più mi è piaciuta del film è la dimostrazione dell'universalità dei sentimenti, non importa di che nazionalità sei, qual è la tua famiglia, la tua religione, se ami una persona il fatto che questa appartenga ad un mondo totalmente diverso del tuo non ha importanza, si lotta per stare insieme, contro tutti e contro tutto. Al contrario se non l'ami non ci riesci nemmeno a farci sesso...
E' un film leggero che inneggia all'amore, non dimenticando i problemi di una società multiculturale come quella attuale e la necessità del metissage, ve lo consiglio!

Lulù

09/04/2006

Paradiso perduto

Stasera finalmente ho visto un film che volevo vedere da tempo...



Regia: Alfonso Cuaron
Cast: Ethan Hawke, Gwyneth Paltrow, Anne Bancroft, Robert De niro, Chris Cooper, Hank Azaria, Josh Mostel, Kim Dickens, Nell Campbell, Gabriel Mann
Data di uscita: 1998

Trama

Il piccolo Finn Bell, otto anni, vive in una cittadina sul golfo della Florida insieme alla sorella Maggie e allo zio Joe. Alcuni improvvisi avvenimenti sconvolgono la sua infanzia. Dapprima incontra un pericoloso evaso di nome Lustig che lo costringe ad aiutarlo nella fuga, poi viene chiamato nella fatiscente proprietà di Nora Dinsmoor, ricca signora in precario equilibrio mentale dal giorno in cui venne abbandonata sull'altare dal promesso sposo. Qui Finn conosce la nipote di Nora, l'undicenne Estella, bionda e già affascinante, e se ne innamora subito. Frequentando la ragazzina e la zia, Finn comincia a capire qual è il suo sogno di adulto: dipingere per i ricchi, godere dei loro privilegi e amare Estella. Ma lei un giorno decide di andare a studiare all'estero e parte per l'Europa senza salutare nessuno. Finn, deluso, vivacchia alla meglio come pittore, finché, passati sette anni, riceve da un misterioso benefattore l'invito a tenere una personale a New York. Dopo qualche esitazione, Finn parte. In città incontra per caso Estella, lei si fa fare un ritratto, Finn pensa di riprendere il rapporto, ma lei di lì a poco si sposa con un amico. Mentre è nel suo studio, Finn riceve la visita di un uomo anziano con la barba, che risulta essere Lustig, l'evaso che Finn aveva aiutato da piccolo e che era stato l'ideatore della mostra 'personalè. Lustig si allontana e, nella metro, viene ucciso da un sicario. Finn allora si trasferisce a Parigi, dove la sua pittura riscuote grande successo. Dopo dieci anni, torna in America, va nella cittadina in Florida...



Il film inizia con dei disegni su uno sfondo verde e il carattere dei nomi degli attori imita il movimento di uno specchio d'acqua al soffiare del vento.
Il colore e l'acqua sono due elementi ricorrenti, carichi di significato... 
Per tutto il tempo mi sono chiesta perchè il verde, certo contribuisce a dare al film un tono a volte fiabesco  (il giardino, il vestito della bimba); altre l'idea della spensieretezza tipica dei bambini e di chi non si preoccupa delle conseguenze, come i "folli", e qui c'è una donna (la superba Anne Bancroft) abbandonata dal futuro sposo il giorno delle nozze e che da allora vive da sola in una grande villa (Paradiso perduto) immersa in una vegetazione selvaggia e triste allo stesso momento che si arrampica, come un uomo che fa l'amore con la propria donna sapendo che deve dirle addio, su ciò che resta dei suoi sogni infranti: tavole imbandite a festa, bicchieri, argenteria e vive isolata dal resto del mondo ascoltando "besame mucho" e ballando e tessendo suo malgrado il futuro dei dui bambini, è il motore immobile della storia; per tutta la durata del film ricorre quasi come unico colore in maniera ossessiva nel furgone dello zio con cui poi da adulto Finn porterà Estella a casa sua, negli abiti, sulle pareti... addirittura nel particolare della sciarpa di una passante... ma in fondo chi è innamorato ricorda ossessivamente l'oggetto del desiderio in ogni piccola azione quotidiana, seppur la più irrilevante; verdi sono gli occhi del protagonista, gli occhi che si innamorano, che desiderano, che stroppicciati dopo il sonno notturno non credono a ciò che hanno davanti... ma il verde è soprattutto il colore della speranza e il film è tratto dal libro di Charles Dickens "Grandi speranze".
E l'acqua poi... il primo bacio tra i protagonisti ancora bambini altro non è che una sorta di furtarello mentre il piccolo Finn beve dalla fontana della villa e dopo anni e anni il secondo bacio ancora ad uno zampillo d'acqua, poi l'esplosione della passione sotto la pioggia e infine la riappacificazione davanti all'oceano.
Romanticamente passionale, atmosfere oniriche, ingenuamente perverso nei particolari (prima nel ritratto da bambina: gli occhi, il movimento di bagnarsi le labbra, l'asciugarsi gli angoli della bocca con le mani; poi nel ritratto da adulta: nuda alla finestra, distesa sul letto, mentre si scioglie i capelli; e nella gonna a tulle: tipica da bambina, che Estella indossa la prima volta che le mani di Finn la sfiorano dandole piacere, qui le inquadratura si fanno "intime" facendoci percepire ogni piccola sensazione: il particolare delle mutandine bianche, il dischiudersi della bocca di lei e il suo leggero sussultare, i piccolo sospiri, i movimenti delle palpebre, l'esser impacciato di lui), questo è "Paradiso perduto" dove Estella è la moderna e inquieta Eva, la mela è l'acqua ( "è acqua mica è veleno" dice per convincerlo a bere), l'albero la fontana da cui bevono da bambini, incoscienti del peccato e del dolore a cui si stanno votando...

Un film poetico, con un cast di tutto rispetto, e con una grande capacità di strappare lo spettatore alla realtà per condurlo in un mondo shakesperianamente fatto di innamorati che si spezzano il cuore, che scrivono e cancellano la loro vita scarabocchiando il loro futuro, che si amano eppure incapaci di volersi bene, e tutto ciò perchè fin da bambina Estella è stata educata che bisogna ferire per primi, per non soffrire, per non farsi spezzare il cuore... ma è una falsa verità, una falsa speranza!

Lulù

06/03/2006

Arriva LOST!

Finalmente, dopo una lunga attesa, arriva in chiaro la prima stagione di LOST!
Dal 6 marzo, tutti i lunedì alle 21 su Raidue. Vi consiglio vivamente di non perderlo, se volete iniziare un viaggio avvolti nel mistero. Perchè Lost è proprio questo: mistero puro. Io ho seguito il primo ciclo lo scorso anno sulla piattaforma Sky e ancora oggi tante domande non hanno ricevuto una risposta. Colgo l'occasione per annunciare che la seconda stagione andrà in onda quest'estate, sempre su Fox. Questo serial ha ricevuto tanti premi... e se li merita tutti! Se volete capirne di più, eccovi la trama, tratta dal sito Lost-Italia.net:



Strappati dal mondo civile, 48 sopravvissuti ad un disastro aereo devono riuscire a sopravvivere su un'isola, apparentemente deserta, grazie alle sole cose che si sono salvate e a quello che troveranno sul terreno inospitale su cui sono precipitati. Soli contro le loro paure e le loro incertezze, dovranno trovare quella forza che non hanno mai creduto di avere per superare sospetti, dubbi e i terribili misteri che l'isola sembra nascondere. Ben presto impareranno che niente è come sembra e che chiunque, anche il più insospettabile, ha dei segreti da nascondere. Ma c'è un'unica soluzione per loro. Rimanere uniti perché: "se non impareranno a vivere insieme, finiranno per morire soli".

by http://spyro87.blog.dada.net/

Grazie Spyro87!

Lulù

29/12/2005

Chiedimi un ballo romanticamente sensuale



La vicenda ruota intorno a Jimmy (Adrian Lester / Maybe Baby) un tassista di colore, che opera nel "Kismet Cabs & Café", uno scalcinato "fish & chips". I vari personaggi che transitano sulla sua auto lo coinvolgeranno nel vortice delle loro vite. Sei persone sole alla ricerca di quello che potrebbe essere definito "amore"; ognuno con i suoi fantasmi personali da superare per riuscire ad andare avanti.
Mo (Jane Horrocks / Memphis Belle), che ormai passa da un letto all'altro, è stata abbandonata praticamente sull'altare da Fergus (David Morrissey / Giochi nell'Acqua), che ora, dopo 8 anni, ha capito che lei è sempre stata l'amore della sua vita. Eleanor (Olivia Williams / Il Sesto Senso) una single convinta di non aver bisogno di niente e di nessuno che però non accetta il rifiuto di Frankie (Craig Ferguson / L'Erba di Grace) ormai stufo di farle una corte serrata senza successo; e poi Eddie (Jimi Mistry / East Is East) e Jocelyn (Caatherine Mc Cormack / Ballando a Lughnasa) i due personaggi più surreali che alimentano la vena comica del film: lui un "repinatore al cloroformio" che anestetizza le sue vittime e lei una "curatrice di tombe" che nonostante l'abitudine alla morte teme qualunque forma di malattia.
Ed infine due vere macchiette: due tassisti colleghi di Jimmy che hanno continui battibecchi (ricordano i due vecchietti del Muppeth Show); attraverso di loro David Kane (il regista) ci parla di sesso, di rapporti di coppia e della vita in genere, ma sempre in modo esilarante. Tutto avviene in un locale dove si balla la salsa.
Questo ritmo sudamericano scandisce tutta la pellicola e le vite dei protagonisti. Come sostiene Eleanor: "chi non sa ballare la salsa, non sa fare l'amore!". L'atmosfera della balera si trasferisce lentamente sui protagonisti, catapultandoli in questo mondo coloratissimo e pieno di ritmo, spesso lontano anni luce dal loro.
Gli attori, sicuramente volti poco noti al grande pubblico, sono molto convincenti; spesso ci chiediamo perché non vengano valorizzati dei nuovi talenti, invece dei "soliti noti". La fotografia non brilla certo per originalità anche se almeno un paio di scelte registiche (ad esempio quando Fergus urla dal tetto) sono molto azzeccate. Di Valerio Salvi.

Ho adorato la coppia ladro-ipocondriaca, forse perché ho rivisto nelle loro paure le mie e anche le sue (del mio moroso intendo), soprattutto quando lei le detta le "condizioni" del loro rapporto: promettimi che non non proverai a cambiarmi e che non morirai prima di me. Siamo noi due, non c'è nulla da dire!
E che bello l'intreccio di vite, nella loro più disparata diversità unite da un comune denominatore l'amore contro la solitudine decantata dalle discussioni al limite del credibile di un uomo che si è così abituato a disprezzare le donne senza conoscerle che finisce per invidiare la ragazza del suo amico, bruttissima stando ai suoi commenti, eppure non sola come lui, solo lavoro e chiacchiere vuote.
E poi mi è venuta una gran voglia di ballare, chissà che uno di questi giorni non trovi il coraggio, se così si può chiamare, di iscrivermi ad una scuola di ballo.

tua per sempre Lulù

27/12/2005

Lola e Sissi

Questo pomeriggio ho visto un film gradevole "Spanglish" del regista di "Voglia di tenerezza", ma io vorrei parlare di altri due film che ho visto la settimana scorsa: "Lola corre" e "La principessa e il guerriero", entrambi del regista Tykwer e con Franka Potente in versione rossa peccatrice nel primo e bionda indecisa nel secondo, in entrambi i film interpresta ragazze "difficili" coinvolte in storie dove l'adrenalina sale e sale e sale...



Ho letto questa recensione su Lola corre in rete e mi è piaciuta parecchio:
Capelli rossi, di un rosso acceso, tatuaggi bene in vista, anfibi ai piedi, Lola è una ribelle dei nostri giorni, con ansie generazionali, dubbi esistenziali e nessuna implicazione ideologica. Ignorata da genitori che si ignorano a loro volta, rifugiatasi nell'unica cosa in cui crede, l'amore, Lola vive la propria vita in un mondo che gira vorticosamente. E corre, si Lola corre, per salvare l'uomo che ama, sé stessa, il loro amore, corre sicura di sé, sorretta da una forza invisibile che le fa superare la propria insicurezza e la trasforma in un modello per ragazzine dall'animo sensibile ma dal piglio severo. Lola corre nella Berlino di oggi, accompagnata da note ossessive, luci, suoni, colori, attraversando il rutilante baraccone visivo costruito per lei e per noi dal giovane regista tedesco Tom Tykwer. Il suo Lola Corre, presentato in concorso al Festival di Venezia 1998 ed accolto con clamore in patria, è il figlio prediletto degli anni '90, ibrida creatura che reca in sé lo spirito di Trainspotting, le martellanti pulsioni sonore techno ed i ritmi del videoclip.
La corsa di Lola è una corsa contro il tempo: un telefono che squilla, rosso come i suoi capelli, la voce di Manni, il suo ragazzo, a dirle che tutto è andato storto, una disperata richiesta di aiuto, la necessità di trovare 100.000 marchi in venti minuti per avere salva la vita. Una trama scarna, quasi inesistente, che riprende spunti noir (un gangster, un incarico da assolvere, il piccolo malvivente tradito dalla propria inesperienza) per poi stravolgerli in un frullato di cartone animato, commedia, dramma sentimentale ed ottenere un videoclip di ottanta minuti. Ma Tom Tykwer non si accontenta di far correre Lola per le strade di Berlino nè di immergere lo spettatore in un frastornante rave: ci si interroga sul significato della vita, su dubbi e mancanza di certezze (l'unica cosa certa è che la palla è tonda e la partita dura novanta minuti, dice uno dei suoi personaggi), su quello che sarebbe se io non fossi io e tu non fossi tu, ma io sono veramente io e tu sei veramente tu??... e così via, con gradimento adolescenziale assicurato.
Ecco allora Lola correre (lo so, ci stiamo ripetendo, ma in realtà non succede proprio altro) per chiedere aiuto a suo padre, scontrandosi con una donna con carrozzina, incrociando un ragazzo in biciletta, una macchina che esce da un garage, un'impiegata di banca, un barbone - e, lei non lo sa, ma noi si, è proprio lui ad avere i 100.000 marchi andati perduti -, un autista di ambulanza e percorrendo, la vediamo dall'alto, una piazza tagliandola obliquamente. Al suo passaggio ognuno vede per una frazione di secondo materializzarsi il proprio futuro sotto forma di una serie di velocissime istantanee per poi scomparire subito dopo. Ma se attaccato il telefono la giornata di Lola fosse andata diversamente, se scendendo le scale di corsa qualcuno le avesse fatto lo sgambetto, se avesse urtato la macchina, se il barbone avesse preso lui la bicicletta, se l'ambulanza avesse rotto la lastra di vetro trasportata attraverso la strada, se la piazza..., se, se, se...
Con scelta stilistica ormai abusata ma quest'anno estremamente in voga (vedi Sliding Doors), Tykwer ci rifà vivere i venti minuti di Lola e Manni per tre volte, mostrandoci le differenti possibilità, i molteplici sviluppi, l'assenza di certezze laddove anche un battito di ciglia può cambiare una vita. Nel far questo, però, non può dare spessore ad una storia che è volutamente povera nè un cuore a ciò che è volutamente glaciale, limitandosi ad aggiungere, in un calderone che tutto contiene, elementi sovrabbondanti fino all'eccesso. Lola, ad esempio, urla, riuscendo così a fare andare in mille pezzi vetri e bicchieri, ma quale è lo scopo del farla urlare? Quello di manifestare la propria personalità? Di dare libero sfogo alle frustrazioni di chi non può imporre la propria volontà in una società che non ci ascolta? Tanta demagogia, insomma, una buona dose di furbizia e ben poco d'altro. A rimanere impressa la sola figura di Lola - Franka Potente, i suoi capelli rossi, la sua corsa senza fine. Di Carlo Cimmino.



"Fondamentalmente, racconta il mito di Orfeo al contrario". Così il regista e sceneggiatore tedesco Tom Tykwer, descrive il suo ultimo film, La principessa e il guerriero. E infatti il protagonista maschile, Bodo, interpretato da Benno Fürmann, è una sorta di Orfeo dei giorni nostri, che dopo la scomparsa della moglie precipita in una condizione di morto vivente e vaga nel mondo dei vivi come un'anima in pena.
Un particolare della trama ci da la misura di quanto Bodo viva in una dimensione parallela: il fratello Walter (Joachim Kròl) lo ritrova notte dopo notte abbarbicato a una stufa, e solo quando il film ci permette di vedere la realtà attraverso gli occhi di Bodo capiamo che l'uomo sovrappone il fantasma della moglie alla stufa, il cui calore gli ricorda quello della persona viva, ma anche l'incendio in cui lei è perita.
Il vedovo inconsolabile - più per senso di colpa che per amore, come vedremo - si aggira in un universo di ombre e di fantasmi, e non riesce a riprendere contatto con la realtà. E' come un sonnambulo che nessuno osa svegliare, per paura che lo choc del passaggio dal sonno alla veglia sia troppo forte.
Nessuno, eccetto Sissi, che guarda caso si sta a sua volta risvegliando alla vita. Scopriremo che Sissi è nata e cresciuta in manicomio, è diventata infermiera e mette il naso fuori dal suo mondo di ombre solo per accompagnare in giro i suoi pazienti.
Proprio durante una di queste passeggiate Sissi incontra Bodo, o meglio, le loro pseudo-realtà si scontrano: Bodo, correndo per le strade di una città tedesca (come Lola, in una sequenza che ricorda da vicino il film che ha reso famoso Tykwer), provoca un incidente nel quale viene coinvolta Sissi. La ragazza si ritrova lunga distesa sotto un camion, e Bodo, forse senza neppure essere consapevole di aver provocato personalmente l'incidente, scivola sotto il veicolo per salvarla.
E' un incontro ravvicinato fra la vita e la morte, nel quale il morto-che-cammina Bodo restituisce alla non-ancora-veramente-viva Sissi la possibilità di cominciare la sua avventura. Naturalmente Sissi diventerà a sua volta il veicolo per riportare Bodo alla vita.
La principessa e il guerriero è una passeggiata funambolica sul filo di lana che segna il confine fra la vita e la morte, fra la salute e la follia (di qui la scelta di ambientare parte della vicenda in un manicomio, al quale, per motivi diversi, appartengono sia Sissi che Bodo, e dal quale entrambi cercano di fuggire), fra la luce e il buio, fra la realtà così com'è e la realtà così come viene percepita.
Il mito di Orfeo ricompare nella volontà di ciascun componente della coppia di riportare l'altro verso il mondo-di-sopra. E una delle ultime scene, che vede Bodo sdoppiarsi in modo da lasciare alle spalle il proprio lutto, letteralmente dicendo addio al suo vecchio sé (la sua ombra), ricorda da vicino un altro Orfeo cinematografico: quello di Jean Cocteau, che concludeva la trilogia sulla morte e "sul ruolo del poeta come tramite tra il mondo reale e quello fantastico" (dal Dizionario dei film di Paolo Mereghetti).


Due film intensi che vi consiglio di vedere anzi di gustare!

tua per sempre Lulù

18/12/2005

Veronica Guerin

Stasera avevo deciso di rivedere "Tuck everlasting" un film fantastico per ragazzi.
Uno di quei film in cui mi butto a capofitto quando ho voglia di sognare ad occhi aperti, ma poi è iniziato "Veronica Guerin" che non avevo mai visto e di cui avevo vagamente sentito parlare.
E' una storia vera. E' la verità contro l'abbrutimento dell'uomo. Una donna contro la vigliacchieria di chi vende la morte nelle strade e di chi quelle marionette in strada ce li getta come si fa con le mollichine di pane al parco...
Consiglio a tutti di vederlo, perchè non venga dimenticata, perchè si sappia che è "bastata" la sua morte per sbattere quei criminali in carcere e cambiare la legge in Irlanda.
Volevano toglierla di mezzo, farla stare zitta e invece uccidendola le hanno dato ragione, immortalità e voce.
Perchè cari amici le cose possono cambiare. Con l'impegno. Parlandone, perchè il silenzio è l'arma della viltà. Denunciando. Agendo.

tua per sempre Lulù

07/11/2005

Ho mandato a sbattere la mia auto contro Gesù!

Sola soletta sul mio divano stasera mi sono concessa un filmetto leggero e per teen-ager, ma devo dire che l'ho trovato piacevole anche se i temi (la religione e il fanatismo, l'omologazione, l'indottrinamento...) trattati con estrema "ingenuità" leggeri non lo sono affatto.



La trama.
Mary frequenta l'ultimo anno all'American Eagle Christian High School, e passa il suo tempo libero con il suo fidanzato Dean e la sua migliore amica, Hilary Faye. La sua vita sembra perfetta e lei docilmente incanalata nei binari della buona educazione religiosa finché non scopre che Dean probabilmente è gay. Dopo che Gesù, in un'apparizione, le consiglia di fare tutto ciò che è in suo potere per 'salvare' il suo fidanzato, Mary decide di seguire il suggerimento arrivando a sacrificare la sua verginità per la causa. I suo sforzi però risultano vani: Dean viene sottoposto a un programma di 'degayficazione' mentre Mary resta incinta. Rinnegata dalle sue fedeli e devote amiche, Mary trova conforto in un gruppo di reietti della scuola: Cassandra, l'unica ragazza di religione ebraica della scuola, Roland Faye, il cinico fratello di Hilary confinato su una sedia a rotelle, e Patrick, uno skater rubacuori, figlio ribelle del preside della scuola. Insieme a loro Mary arriverà al difficile traguardo del diploma, imparando tante cose nuove su se stessa e su cosa vuol dire veramente essere 'salvàti'...



Il lieto fine è scontato, però mi è piaciuto vedere in un'unica foto (e inquadratura) un bel pò di "peccatori" tutti insieme: la ragazza madre, il suo ex fidanzato gay con il suo attuale compagno, il fidanzato di lei, l'amico disabile, la ragazza "diversa" per religione, estetica, linguaggio...
Evviva la diversità sembra voler gridare il finale preannunciato già dalla domanda di Mary "perchè dio ci avrebbe creati diversi se ci avesse voluti tutti uguali?".. Eh bella domanda! 

E poi ho rivisto qualche mia amica del liceo in Hilary Faye.. Io penso di assomigliare per certi aspetti a Cassandra e ne sono felice...
E riflettendo un pò sui nomi penso che non siano affatto casuali... Mary come Maria che restò incinta per virtù dello spirito santo, Hilary come ilarità, infatti è una tipa sempre allegra che ride anche quando da ridere non c'è, Cassandra come quella Cassandra che riusciva a vedere cose che altri non potevano ancora vedere... in questo caso la bellezza nascosta nella diversità.
Alla fine su tutto prevale l'amore, io aggiungerei il rispetto per gli altri, diversi e non da noi...
Mi è piaciuto anche il rosso del vestito della ragazza madre alla festa da ballo con tanto di pancione, come dire sono una peccatrice felice, contro l'azzurro della perfetta ragazza cattolica che giura il falso, tradisce gli amici e va a sbattere con la macchina contro una sorta di statua di Gesù (divismo?).
Comunque sono riuscita nel mio intento di evasione dalla realtà che prolungo latitando in questa sorta di realtà parallela della blog-sfera.
Chiudo con le parole cantate dall'affascinante fino alla perdizione Dave Gahn:
"Reach and touch faith. Your own personal Jesus..."

per stasera è tutto

da, meglio peccaminosa che cattolica, Lulù

P.S: Vi ringrazio ancora per le belle parole che in questi giorni mi avete lasciato sul blog, per 
me sono state delle dolci carezze... ed io ne avevo bisogno. Mia mamma sta meglio ma è ancora in ospedale per accertamenti.
Buonanotte amici!

01/11/2005

La rivoluzione è contagiosa.

Facevo zapping in tv tra quelli che sono i miei canali preferiti: fox life, raisat gambero rosso, gay tv... e su cult mi ritrovo iniziato da poco "Terra e libertà" un film che avevo visto molti anni fa, quando sky si chiamava ancora tele +.
E Loach mi ha donato oggi le stesse emozioni che mi regalò allora.
Spinta da questa "euforia" cerco in rete qualcosa sul film e vi posto ciò che ho trovato.. molto poco! Dopodutto stiamo solo parlando di un importante pezzo di storia, di cinema, di cultura... mica di Britney Spears! Ma niente polemiche...
E soprattutto niente politica, non voglio sporcare il mio bel blog con una parola così piena di macchie e vuota di significato per me!


Terra e Liberta'
 
 
Genere: Drammatico
Formato: Normale a Colori
Durata: 106
Origine: Germania/Gran Bretagna/Spagna
Anno di uscita: 1995
 

Trama
Nel 1936 un giovane inglese, David Carr, operaio disoccupato, iscritto al partito comunista, s'imbarca per la Spagna e si arruola, per combattere i franchisti, nel P.O.U.M. Di questo movimento fanno parte stranieri di alcuni Paesi d'Europa, ideologicamente marxisti, a sostegno del legittimo governo repubblicano di Madrid, dalla cui parte è in azione anche il partito comunista spagnolo. In Aragona, davanti alle trincee del generale Franco, David entra nella compagnia comandata da Lawrence, dove fa amicizia con Bernard (francese), con un italiano antifascista e con un irlandese, amante di Blanca (l'ideologa del gruppo e ardente "pasionaria", insieme ad un altra giovane, Maite). La vita dei combattenti in montagna è dura: frequenti gli attacchi e gli uomini si accorgono presto che a loro mancano armi e munizioni, di cui invece abbondano i compagni stalinisti. Un villaggio già in mano ai Franchisti viene occupato: il parroco locale, accusato dalla gente di delazione contro cinque anarchici che sono stati fucilati, viene fucilato a sua volta, e l'irlandese rimane ucciso nella mischia. Poco dopo Blanca si lega a David, mentre i volontari partecipano ad accese discussioni dei borghigiani in materia di collettivizzazione delle terre. Nascono dissapori tra le varie forze della sinistra da quando il Governo ha decretato che le fazioni spariscono assorbite e inquadrate nelle forze regolari. Frattanto, ferito al volto e al petto mentre insegna a giovanissime reclute a manovrare il fucile, David viene inviato in ospedale a Barcellona. Raggiunto qui da Blanca, dopo una sola notte di amore la donna si rivolta contro l'inglese che le appare incerto nelle sue scelte (è passato nelle Brigate internazionali) e torna subito a combattere nel reparto di Lawrence. Poi David la raggiunge in montagna: la compagnia si batte ancora eroicamente contro i falangisti, ma ecco che su tre camion arrivano miliziani, con un ordine del Governo: il P.O.U.M. è stato sciolto, con in più l'accusa di collusioni con il generale Franco. E' un falso ignobile, ma il manipolo di Lawrence è costretto a consegnare i suoi vecchi fucili. Blanca, colpita da un proiettile, muore e viene sepolta sotto quella terra che amava e che sognava di vedere ripartita fra tutti. Un pugno di quella terra riarsa e il fazzoletto rosso della donna vengono da David riportati in seguito in Patria.

Recensione
"Loach, non si dimentica del cinema e oltre a disegnare con precisione i vari personaggi, a cominciare da quello prima solo impetuoso poi anche turbato del protagonista, tende a rievocare quegli anni e le vicende belliche che li hanno segnati con un riogore spesso quasi documentario, privilegiando, anche nei momenti più tesi, l'asciuttezza e il sottotono, e affidando la dimostrazione polemica di quegli eventi non solo ai dialoghi e al contraddittorio ma anche, se non soprattutto, alle facce ed ai gesti: con la possibilità, nonostante il realismo duro della sua rievocazione, di arrivare quasi ad una sorta di intimismo, filtrato attraverso l'illustrazione sottile e perfino delicata di certe psicologie e di certe reazioni". ("Il Tempo", Gian Luigi Rondi, 27/9/95)
"Terra e libertà è il primo grande film di fiction non spagnolo a trattare la Guerra civile dopo Per chi suona la campana , diretto nel '43 da Sam Wood, con Gary Cooper e Ingrid Bergman. Loach non ha voluto comunque comporre un affresco-omaggio per i combattenti antifascisti di ieri; al contrario, con la pertinenza acuta che gli si riconosce e con un cinema pacato e commovente nella prima parte, poi nevrotico, aspro, drammatico e violento a tutto interiorizzato (la sequenza della pattuglia disarmata, il funerale), si è appropriato della sceneggiatura di Jim Allen per raccontare il conflitto tutto dall'interno e mostrare la lotta fratricida dei repubblicani, fra coloro che vogliono eliminare Franco e il fascismo e fare la rivoluzione, e coloro che vogliono soprattutto vincere la guerra. La Storia, dice Loach attraverso Terrà e libertà, è una rivoluzione tradita. Potrebbe accadere ancora in Europa. Davanti al vecchio combattente che non ha mai abbassato la guardia, ed è morto in Inghilterra, la giovane nipote alza il suo pugno: l'eredità non è persa. Anche se resta utopia e sogno". ("Il Resto del Carlino", Vittorio Spiga, 23/9/95)
"Terra e libertà è stato aspramente criticato da vecchi combattenti della guerra di Spagna quali Santiago Carillo, ex segretario del partito comunista spagnolo, con l'accusa d'aver mostrato i comunisti soltanto come repressori e assassini dei loro compagni: ma se è certo vero che i comunisti si batterono con eroismo in Spagna, è anche vero che agirono al peggio nel particolare conflitto che Loach ha scelto di raccontare. L'ha raccontato benissimo: si possono preferire le opere più quotidiane, furenti e sardoniche del regista, ma il film che stilisticamente evoca il vasto respiro di John Ford e il realismo documentario dei grandi fotografi di guerra dei trenta, è bello ed emozionante, denso e serio, ottimamente scritto e interpretato. Ed è anche una narrazione esemplare degli esiti tragici a cui possono portare lacerazioni ed errori all'interno della sinistra". ("La Stampa", Lietta Tornabuoni, 22/9/95)
"Terra e libertà è il film più serio e impegnativo fatto finora su uno dei capitoli cruciali della storia moderna ed è attraversato dalle contraddizioni di oggi: orgoglio e dolore, dignità e rabbia, sconfitta e utopia. E con un finale dove Loach, uno dei pochi cineasti definibili "di sinistra" concede qualche parola di speranza alla nipote che getta la terra spagnola sul feretro dell'oscuro eroe. Fa uno strano effetto vedere tanti pugni alzati, sentire affermazioni fuori moda come "Il nostro giorno verrà". In tempi di rassicurante buonismo, e basta pensare alla pilatesca indifferenza della giuria di Cannes che se ne è lavata le mani, ben venga un film che a qualche conservatore o criptoconservatore riesce a insinuare un brivido di paura". ("Corriere della Sera", Tullio Kezich, 21/9/95)

"Unisciti alla battaglia,
l'unica che l'uomo non può perdere,
perché chiunque cada e muoia
sarà l'esempio per quelli che trionferanno"
W.Morfis

tua per sempre Lulù

06/10/2005

La vera Lulù. Innocenza e perversione.

Lulù è stato da sempre considerato un nome dalle tinte perverse, sinonimo di fragile volontà e inclinazione al peccato. Ma è anche molto dolce, melodico direi. Ho scelto questo nick a metà tra il desiderio e la purezza, tra il bene e il male perchè per me è sinonimo di Donna, in quanto comprende tutto ciò che in una donna può essere amato, odiato, insultato, deriso, violato, accarezzato... la sua Essenza! E la vera, la prima grande Lulù è stata Mary Louise Brooks, attrice vissuta tra il 1906 e il 1985, che ha soffiato a Marlene Dietrich il ruolo da protagonista nel film "Lulù - Il vaso di Pandora" di Pabst, dove diventa la personificazione dell'erotismo e del torbido, l'oggetto del desiderio di uomini e donne, ruolo accentuato e portato all'esasperazione in "Il diario di una donna perduta". Ma il diverso e la trasgressione portati sui grandi schermi urtano la mediocrità e il finto moralismo, per altro da sempre criticati da Louise non solo nei film da lei interpretati ma anche nella realtà, scrivendo opere dove gli anti-eroi sono l'ipocrisia borghese, il perbenismo e Hollywood, che non ci pensa due volte a darle un calcio nel sedere per sostituirla con attrici come la Garbo dalla sensualità più "inquadrata". A 36 anni, infatti, non facevano che offrirle solo ruoli da squillo e lei ha detto di no. Si ritira dalle scene. In solitudine. A farle compagnia solo Proust, Schopenhauer e Goethe, a cui "ruba" le seguenti parole facendole sue: "Un uomo è importante non per quello che lascia dietro di sé, ma per quanto agisce e gioisce, e induce gli altri all'azione e al piacere". Ed è allora che Louise uccide il mito e ritrova la donna" (Bertelli).




L'iconografia di donna perversa, androgina, libertaria che Louise lascia in eredità ai posteri, sarà rivisitata dai fumetti di John Striebel, apparsi sui giornali americani dal 1926 al 1966. Guido Crepax penserà alla malizia conturbante della Brooks, quando disegnerà l'eterea e peccaminosa Valentina.
"Lulù finirà nei giocattoli, nelle sfilate di moda, negli spettacoli canterini dei transessuali, negli arredi salottieri della sinistra sofisticata... nella giungla massmediale dell'immaginario collettivo la nidificazione del fac-simile non è solo un quadro di costume ma il vessillo di un'epoca. L'immoralità di Lulù è quella di sempre. Il destino (suo e di tutti quelli che si chiamano fuori dalle strutture del pensiero legiferato) è "dare scandalo e inciampare nel groviglio delle leggi che proliferano con arbitrio selvaggio. Le autorità sono ragni in agguato in una rete sottilissima di regolamenti, e rimanere intrappolati in quelle maglie è soltanto una questione di tempo" (Joseph Roth). Ciascuno è artefice della propria mediocrità servile come della propria intelligenza eversiva" (Bertelli).





Il Vaso Di Pandora - Trama
Lulu, fioraia ambulante, giovane e bella, innocente e perversa, figlia di un mendicante, intrattiene rapporti altalenanti con diversi uomini: lo speculatore altoborghese Schon, l'atleta e saltimbanco Rodrigo, il giovane figlo di Schon, il vecchio protettore Schilgoch. In Lulu tutti si perdono poiché il suo istinto non conosce mascheramenti, e gli uomini che si imbattono in lei vi riconosceranno le falsità delle loro vite e la propria perdizione. Dopo drammatiche peripezie, la vita sempre in fuga di Lulu terminerà durante la vigilia di Natale in una nebbiosa strada di Londra, dove si guadagna da vivere facendo la prostituta. Qui adesca Jack lo Squartatore e firma la sua condanna a morte. Come nei romanzi a puntate, nei telefilm o negli sceneggiati televisivi la morte liquida la trasgressione. Cancellata l'anomalia, ritorna la decenza e vengono ripristinate regole e comportamenti.


Nel film le istituzioni vengono necessariamente svelate nella loro menzogna, dall'arte al matrimonio, dal mondo degli affari alla giustizia, e se storicamente il film permette di decifrare il disagio della Germania prehitleriana, esso può anche venire letto come lo scontro tra una civiltà che mente a sé stessa per sopravvivere e l'originaria asprezza della natura umana.
La sequenza lesbica tra Alice Roberts e la Brooks (la prima senza veli nella storia del cinema), fu così riuscita che piacque a pochi. In molti paesi la tagliarono per indecenza, eppure si trattava solo di un ballo tra due donne e l'intesa dei loro sguardi equivoci e sensuali.
Qualcuno ha scritto che Lulù/Brooks "rappresentava la quintessenza degli impulsi sessuali femminili, e dotata di una carica fisica ossessionante e aggressiva, Lulù aveva come unica spinta vitale il tentativo di placare i suoi insaziabili istinti, e il maschio come unico mezzo possibile di soddisfarli. Era incapace di comprendere la propria degenerazione. Priva d'interessi nella vita e non sul piano del sesso, puerile nel suo egoismo e nelle sue determinazioni, Lulù era l'essenza della gioventù, della bellezza e del fascino: non poteva finire che in modo violento, distrutta dalle stesse passioni".
Questa era la donna "tanto bella quanto stupida" che ha incarnato sullo schermo la perversa innocenza di tutta un'epoca (C. Ricci).





Lulù" era la trasposizione cinematografica dei drammi teatrali di Frank Wedekind, "Erdgeist" e "Die büchse der Pandora", ispirati alle turbolenze anarchiche di una donna che aveva scosso i drappeggi moralistici di fine secolo, Lou Andreas-Salomé. La singolarità della sua intelligenza, le sue idee sul "libero amore" affascinarono uomini come Friedrich Nietzsche e Paul Rée (con la quale convissero dando pubblico scandalo) ed anche Sigmund Freud sostenne che la Salomé era stata una delle sue migliori allieve. Rilke (il poeta degli angeli) la amò profondamente e le dedicò pagine indimenticabili. Questo simbolo dell'erotismo trasgressivo, perverso, omosessuale... restò vergine fino a 33 anni. Se poi non è vero, fa lo stesso (Bertelli)




A questa grande artista rendo omaggio.
Alle femme Lulù insita in ogni donna dedico questo post.
A te uomo... puoi possedere il mio corpo, rapire il mio cuore, occupare la mia mente, ma non uccidere il demone che assopito dimora in me.
(Non me ne vogliano gli amici blogger, non è femminismo né altro, solo poesia e mistero)


 tua per sempre Lulù